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Itinerario Naturalistico 1 – Castellaccio e Abbazia di San Martino

Il primo dei nostri itinerari comincia con una passeggiata ecologica ed archeologica lungo i sentieri di monte Caputo. L’ascensione al monte costituisce una splendida escursione, su pista battuta , una volta raggiunta la sommità si potrà ammirare dall’alto la valle dell’Oreto e con un colpo d’occhio la città di Palermo per intero fino alla estrema Cefalù.
Il Castellaccio, coevo alla fondazione della cattedrale, sorge sulla sommità di Monte Caputo, dalla cui posizione si gode di una vista straordinaria. È un esempio dell’architettura arabo-normanna in Sicilia. Faceva parte integrante di un vasto sistema di difesa-controllo del territorio conseguente alla conquista dell’isola dal 1061 al 1072.

Il castello domina la Valle dell’Oreto e molti dei rilievi calcarei dei Monti di Palermo. Venne dedicato probabilmente a San Benedetto. Oltre alla funzione militare di avvistamento il Castellaccio era destinato anche a luogo di riposo per i monaci del vicino monastero di Monreale.

Evento importante nella storia del castello fu nel 1370 l’attacco da parte dell’esercito di Giovanni Chiaramonte contro il nucleo catalano affiancato dai monaci monrealesi. Lo scontro causò danni alla struttura del castello ma poiché la posizione strategica era importante per la prevenzione dagli attacchi da nord e da sud, fu indispensabile il ripristino delle parti danneggiate.

Nel 1393 venne abitato dal re Martino Primo che voleva essere protetto da eventuali attacchi. Poco dopo iniziò il degrado col definitivo abbandono avvenuto presumibilmente nel XVI secolo.

Nel 1897 il monumento venne venduto dal Comune di Monreale al Club Alpino Siciliano con l’impegno che quest’ultimo ne effettuasse il restauro e ne curasse il mantenimento. Nel 1898 l’architetto Giuseppe Patricolo, figura importante nel recupero di molte architetture siciliane, si dedicò al recupero del Castellaccio nelle sue parti meno danneggiate. Dopo l’intervento di ripristino del Club Alpino Siciliano, il Castellaccio venne riaperto al pubblico nel 1906, divenendo da quel momento una stazione alpina del Sodalizio ed è una delle mete escursionistiche del comprensorio. Nel 1996 e nel 2009 sono stati effettuati lavori di restauro e manutenzione straordinaria, sotto la supervisione della Sovrintendenza ai Monumenti, che hanno ulteriormente permesso l’agibilità delle torri di nord-est e nord-ovest.

A tre chilometri in direzione ovest, nella piccola frazione di San Martino delle Scale sopra Monreale, si trova l’abbazìa Benedettina con annessa Chiesa Monumentale. L’abbazìa di San Martino ha una storia ricca e articolata. Sebbene in passato si sia creduto che fosse stata fondata da Papa Gregorio Magno, le fonti attendibili indicano che l’abbazìa fu fondata nel 1347 per iniziativa dell’arcivescovo di Monreale, Don Emanuele Spinola. Il primo abate Angelo Sinisio, in breve tempo costruì il primo monastero, accolse altri uomini desiderosi di condividere con lui l’ideale monastico e impiantò nello stesso cenobio quelle attività tipiche dei monasteri benedettini, tra cui la coltivazione dei campi e delle erbe semplici per la cura delle malattie e uno scriptorium per la riproduzione dei codici.
La vita culturale dell’abbazìa durante i secoli successivi si presenta vivace e originale, con produzioni e committenze artistiche, attività editoriali e insegnamento. Il centro propulsore degli studi è indubbiamente la biblioteca, che in strutture rinnovate e ingrandite durante il XVIII secolo, diventa un polmone inesauribile che attira studiosi e ricercatori da ogni parte. Inoltre, il gusto per l’arte e per il collezionismo resero possibile l’allestimento di un museo.

Gli abati Antonio Spadafora e Filippo Benedetto Cordova decidono di ampliare il monastero verso nord affidando nel 1772 a Venanzio Marvuglia la direzione dei lavori, completati intorno al 1782. La progettazione marvugliana si raccorda con la struttura e lo stile preesistente con i lunghi corridoi a croce, in connubio con le opere scultoree di don Ignazio Marabitti.

La facciata monumentale su tre piani è orientata a Nord verso Palermo. All’ingresso il visitatore viene accolto dalla statua di San Martino a cavallo realizzato da Ignazio Marabitti, che realizza anche la fontana dell’Oreto addossata alla Chiesa e che fa da sfondo al nuovo corridoio principale Nord-Sud. Al secondo piano lo scalone immette in una sala del trono antistante i nuovi appartamenti abbaziàli, questi sono decorati in stile pompeiano.

La chiesa abbaziàle si presenta in tutta la sua sobrietà, e per certi versi incompleta. Se guardiamo agli interventi posteriori di abbellimento sia del vano absidale che di alcune cappelle, comprendiamo che l’intento dei monaci era quella di far rivestire le pareti della chiesa con marmi e altre decorazioni. Ma il progetto tanto grandioso non venne mai del tutto eseguito, per mancanza dei fondi necessari.

La Sacrestia è arredata con banconi lignei iniziati da Nunzio Ferraro e completati da Domenico Dionisi tra il 1607 e il 1617. Nell’aula della Sacrestia, possiamo ammirare sulla parete opposta a quella d’ingresso, una grande porta lignea che immette nella Cappella delle reliquie. All’interno, sotto l’altare, è sepolto il fondatore del monastero, il beato Angelo Sinisio, mentre le innumerevoli reliquie sono poste in raffinati reliquiari.

Sempre in Sacrestia, ma sulle pareti laterali al di sopra degli armadi, si notano due grandi tele. La prima, quella di sinistra, raffigura una Adorazione dei Magi, comunemente segnalata come opera di autore ignoto del secolo XVII, copia assai fedele dell’altra Adorazione di Marco Pino, che ha sede nella Chiesa del monastero napoletano dei santi Severino e Sossio, dipinta nel 1571. La tela di destra ci presenta la scena dell’Incontro tra Giacobbe ed Esaù, anch’essa di autore ignoto ma del secolo XVIII.

Comunemente chiamato “Chiostro di san Benedetto” per via della statua del santo che si erge al centro della struttura, esso venne realizzato a partire dal 1612 in più riprese nell’area dove sorgeva precedentemente un altro Chiostro, di modeste dimensioni.

Il Chiostro è una struttura tipica dei monasteri: con o senza giardino, esso è sempre il cuore del cenobio, ambito prediletto per la meditazione, e luogo di collegamento tra i vari ambienti. Il Chiostro collega infatti tra loro dormitorio, refettorio, aula capitolare, dispensa, officine.

La parte più antica è il deambulatorio realizzato dall’architetto Giulio Lasso nel 1612, con l’utilizzo di 36 colonne di marmo bianco. Fino al 1954 non era presente quella struttura che oggi sovrasta il colonnato, seppure un portico superiore fosse già stato progettato dal Lasso, ma mai realizzato.
Al centro del Chiostro si può ammirare una fontana con la statua di San Benedetto del 1728, opera dello scultore Giuseppe Benedetto Pampillonia, di cui sono presenti altre opere in Basilica.

Una porta sita nel lato est del chiostro introduce in un’ampia sala, circondata da un rinnovato schienale in legno: è il refettorio monastico. Dipinto sulla volta si trova un affresco di Pietro Novelli del 1629, raffigurante Daniele nella fossa dei leoni. La scena biblica è piuttosto nota: il giovane Daniele si trovava ingiustamente condannato a giacere nella fossa dei leoni, ma questi ultimi non lo avevano neppure sfiorato. In un’altra regione il profeta Abacuc riceve dal Signore l’invito a prendersi cura del povero Daniele e a portargli del cibo. Ecco allora la raffigurazione dell’angelo che prende per i capelli il vecchio profeta con le due ceste di pietanze per il giovane condannato.

Interessante vedere il languore della fame dipinto sui volti dei due leoni, così pure la maestria del movimento angelico e la varietà dei colori. Il tema del cibo poi è particolarmente familiare all’iconografia presente di solito nei refettori, quasi a porre l’accento sull’importanza della Provvidenza divina nella vita quotidiana dei monaci: a chi confida in Dio non manca mai il necessario.

Un altro dipinto, invece, lo troviamo sulla parete di fondo del refettorio, proprio sul posto centrale riservato all’Abate. Esso raffigura La cena in casa di Levi, opera recentemente attribuita ai pittori Mariano Smiriglio e Filippo De Mercurio, realizzata nel 1605. Il quadro è di dimensioni considerevoli, e con la sua cornice scura, occupa l’intera parete. La raffigurazione del Cristo seduto a tavola in casa del pubblicano Levi, più noto col nome di Matteo, rimanda per grosse linee al dipinto del Veronese.

Dal chiostro si accede anche all’antica farmacia, dove venivano conservate le preparazioni officinali realizzate dai monaci benedettini, con le erbe coltivate nel monastero. Recentemente restaurata, è arricchita con donazioni provenienti da diversi fedeli.
Prima di concludere la nostra visita, passeremo dalla bottega, dove è possibile acquistare tra gli altri prodotti la famosa birra artigianale, creata dai monaci dell’abbazìa e disponibile in diverse declinazioni, alcune delle quali attualmente ancora in fase di sviluppo.